Patologie

Osteoartrosi

ostoartrosiChe cos’è?

L’artrosi è una malattia degenerativa delle articolazioni, ovvero è legata al progressivo deterioramento ed usura della cartilagine ed alle modificazioni a carico delle strutture vicine, soprattutto dell’osso, al punto che la denominazione più corretta è quella di Osteoartrosi.

Si tratta di una forma morbosa molto diffusa, probabilmente la più comune in assoluto nella seconda metà della vita, malattia che praticamente dopo i 65 anni tende ad interessare tutte le persone di ogni razza e sesso.

L’osteoartrosi in Italia interessa circa 4 milioni di persone. Ne sarebbero colpiti ben l’80% degli anziani e circa il 18% dei soggetti in età lavorativa (18-60 anni).

L’artrosi può colpire qualsiasi articolazione del corpo ma le sedi maggiormente interessate sono anca, ginocchio, mano, colonna vertebrale. Le cause scatenanti non sono tuttora note. Esiste tuttavia una componente ereditaria e sono stati identificati fattori di rischio come traumi, età, sovrappeso e obesità.
Il sintomo principale dell’artrosi è il dolore, che può progressivamente ostacolare lo svolgimento delle normali attività e diventare invalidante, soprattutto quando ad essere colpite sono le articolazioni di anca o ginocchio.

Come si cura l’osteoartrosi?

Generalmente la terapia ha lo scopo di ridurre il dolore, migliorare la funzionalità dell’articolazione e rallentare la progressione della malattia. Promuovere uno stile di vita salutare mirato alla riduzione del peso corporeo e alla pratica di esercizio fisico costituisce un possibile approccio in questo senso. Nei casi in cui la malattia interessi articolazioni importanti, come anca e ginocchio, e abbia portato a grave disabilità è possibile ricorrere invece alla chirurgia protesica. Altre opzioni terapeutiche praticate nei pazienti affetti da artrosi che presentano infiammazioni acute e localizzate sono le infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi.
La sintomatologia derivante dall’artrosi può in alcuni casi essere controllata infine anche attraverso terapie alternative, come l’agopuntura e l’assunzione di integratori alimentari a base di glucosamina e condroitina.

APPROFONDIMENTO

La cartilagine

In condizioni normali, la superficie articolare delle ossa è coperta dalla cartilagine ed immersa nel fluido sinoviale. In un’articolazione sana la cartilagine è liscia ed il fluido sinoviale fornisce un’adeguata lubrificazione.Normalmente, la cartilagine ha la seguente composizione:

  • 2% da cellule, dette condrociti
  • 20 – 40% da matrice extracellulare
  • 60 – 80% da acqua

I condrociti producono e mantengono la matrice, che a sua volta rappresenta un ambiente favorevole allo sviluppo di queste cellule. La matrice extracellulare è composta al 60% da collagene e dal 40% di proteoglicani. Questi ultimi sono composti da glicosaminoglicani (o mucopolisaccaridi) attaccati ad una catena proteica. Nella matrice i proteoglicani sono legati a molecole di acido ialuronico in modo da ottenere particolari aggregati a forma di piuma. Questi aggregati sono estremamente idrofilici, ciò spiega l’elevata quantità d’acqua presente nella matrice. Contemporaneamente i proteoglicani sono legati alla fibrille di collagene, con lo scopo di limitare l’eccessivo richiamo d’acqua, che cambierebbe radicalmente le proprietà fisiche della cartilagine.

Come tutti gli altri tessuti connettivi dell’organismo, anche la cartilagine articolare è un materiale vivo e dinamico. In pratica è costantemente demolita e rimpiazzata. Nelle persone sane c’è un equilibrio fra la distruzione del vecchio tessuto (attraverso la sintesi di enzimi da parte dei condrociti) e la sintesi di uno nuovo. Se invece la cartilagine viene distrutta più velocemente rispetto al tempo impiegato dall’organismo a sostituirla, allora si sviluppa l’osteoartrite. In particolare, si verifica una minor produzione di glicosaminoglicani, che porta ad una diminuzione dei legami tra proteoglicani e collagene. Il risultato è un maggior richiamo di acqua all’interno della matrice, che rende la cartilagine meno resistente, limitando la sua normale funzione protettiva. Questo processo progredisce inesorabilmente, indebolendo sempre più l’articolazione e causando danni irreparabili col passare degli anni. Soltanto nel 2-3% dei casi le osteoartrosi sono causate da infortuni o traumi alle articolazioni, infermità congenite o altre infermità; in questi casi si parla di osteoartrosi secondarie. La maggior percentuale è rappresentato dalle osteoartrosi primarie (localizzata o generalizzata), che appaiono apparentemente senza cause scatenanti con l’avanzare dell’età. Le OA primarie si verificano con più probabilità dopo i 50 anni; alcuni studi segnalano che dopo i 65 anni il 75% degli individui soffre di OA più o meno grave.

L’osteoartrosi

L’artrosi è una malattia degenerativa delle articolazioni, ovvero è legata al progressivo deterioramento ed usura della cartilagine ed alle modificazioni a carico delle strutture vicine, soprattutto dell’osso, al punto che la denominazione più corretta è quella di osteoartrosi.

Si tratta di una forma morbosa molto diffusa, probabilmente la più comune in assoluto nella seconda metà della vita, malattia che praticamente dopo i 65 anni tende ad interessare tutte le persone di ogni razza e sesso. Sul piano clinico la distinzione fra artrosi primaria (ovvero non legata a fattori scatenanti certi) e secondaria dovuta a elementi più facilmente identificabili (traumi, anomalie di posizione, posture errate, sport come calcio, corsa, pallacanestro, ecc.) conserva tuttora la sua validità, mentre sul piano anatomico e sintomatologico le due forme sono assai simili e possono essere ricondotte ad un comune processo patogenetico in grado di alterare l’equilibrio articolare e provocare la sofferenza cartilaginea che condurrà inevitabilmente alla degenerazione e modificazione dell’intero complesso articolare costituito oltre che dalla cartilagine stessa, dai capi ossei, dalla membrana sinoviale e dalle strutture di sostegno adiacenti (legamenti, menischi, tendini, borse, ecc.).

Cosa provoca l’osteoartrosi?

A tutt’oggi non esiste un’unica causa dell’artrosi e pertanto si parla di malattia multifattoriale, cioè legata ad una lunga serie di fattori e/o eventi in grado di scatenarla o comunque di favorirne il decorso. Il concetto di familiarità è assai radicato nel parlare comune, tuttavia un’ereditarietà certa legata a geni multipli è stata dimostrata solo nel topo e limitatamente all’artrosi delle ginocchia. Non va comunque dimenticato che nell’uomo, soprattutto per l’artrosi della mani, quella caratterizzata dal tipico aspetto nodoso delle dita, viene riconosciuta una naturale tendenza all’aggregazione familiare.

I fattori ereditari possono favorire la comparsa dell’artrosi anche attraverso modificazioni della componente ossea subcondrale dove è stato osservato che una maggior densità ossea è legata ad una maggiore frequenza della malattia, probabilmente perché in tali soggetti si riduce la capacità ammortizzante dell’osso e la cartilagine si trova dunque esposta ad un maggior lavoro e quindi alla conseguente usura. Maggiore importanza assumono invece l’attività lavorativa, l’obesità, i vizi di postura che attraverso l’aumento del lavoro articolare possono favorire una più precoce usura cartilaginea.I fattori climatici ed ambientali possono essere importanti in alcune rare forme di artrosi, non presenti nelle nostre aree, anche se sul piano soggettivo il clima secco ed asciutto esercita un benefico effetto sul dolore articolare, mentre di grande importanza sono tutte quelle malattie, assai varie fra loro, che attraverso molteplici meccanismi possono esercitare un effetto favorevole sulla comparsa dell’artrosi. Basti pensare ai postumi di natura traumatica, alle artriti, alle varie incongruenze articolari post-chirurgiche, alle turbe circolatorie di tipo ischemico a/o aterosclerotico, al diabete, a tutte quelle malattie metaboliche in grado di perturbare l’ambiente articolare.

Come si manifesta l’osteoartrosi?

I segni clinici fondamentali dell’osteoartrosi sono il dolore, la rigidità e la progressiva limitazione funzionale che può associarsi a deformazioni di varia entità. Il dolore artrosico è un dolore “meccanico”, cioè intimamente legato al movimento. Subdolo e insidioso all’inizio, talora mal localizzato, assume col passare del tempo connotazioni di luogo e tempo più precise. E’ più vivo al mattino in concomitanza con i primi movimenti ed alla sera dopo una giornata di lavoro e tende a ripresentarsi in occasione di ogni ripresa dell’attività articolare dopo un breve periodo di riposo. Solo in rari casi si associa a segni di infiammazione locale come rossore, gonfiore e calore articolare. Se all’inizio il dolore è intermittente, nelle fasi successive tende a farsi più continuo, ad essere presente anche durante il riposo ed a favorire la comparsa di una limitazione funzionale. La rigidità è costante nell’artrosi e se al mattino generalmente non supera i 10-20 minuti, successivamente tende a presentarsi più volte nell’arco della giornata, dopo ogni breve periodo di inattività senza comunque raggiungere mai i livelli dell’artrite reumatoide. La limitazione funzionale è lenta e progressiva, procede di pari passo con la malattia ed è favorita dalla contrattura muscolare riflessa che accompagna il progressivo danno cartilagineo. Alcuni movimenti tendono ad essere difficoltosi, si associano a rumori di scroscio e crepitii dovuti alle irregolarità articolari e possono dare origine a pseudo-blocchi e a veri e propri blocchi articolari. Sono questi gli aspetti più gravi e tardivi dell’artrosi, per i quali l’unico rimedio è sovente l’intervento chirurgico correttivo.

Come si fa la diagnosi di osteoartrosi?

Il sospetto di artrosi è essenzialmente clinico, ovvero si basa sullo studio del paziente inteso come corretta raccolta della storia clinica (anamnesi) e un adeguato esame obiettivo (la visita vera e propria). Per una diagnosi di certezza grande importanza va ascritta allo studio radiologico, elemento fondamentale in molte patologie reumatiche, quantunque spesso non vi sia un rapporto costante fra quadro clinico, lesioni anatomiche e radiologiche. La gravità delle alterazioni radiografiche va di pari passo con la durata della malattia e non è raro il riscontro di RX sostanzialmente normali nelle prime fasi dell’artrosi, pur in presenza di una viva dolorabilità e di quadri radiologici evidenti nella quasi totale assenza di sintomi clinici. I segni radiologici dell’artrosi sono la riduzione dell’interlinea articolare, segno diretto del danno cartilagineo, le modificazioni dell’osso subcondrale con sclerosi, ostefitosi marginale e la presenza di cisti e/o geodi subcondrali, sino alle gravi deformità articolari degli stadi avanzati. A tutt’oggi la “vecchia lastra” rimane l’esame fondamentale per la diagnosi di artrosi, sebbene in alcuni casi particolari possa essere indicato uno studio con tecniche aggiuntive e più moderne. Esempio emblematico l’ecografia per valutare lo spessore della cartilagine oppure la TAC e la RMN per le ernie discali e le stenosi spinali: si tratta comunque di esami costosi da riservare a casi selezionati in presenza di problemi diagnostico-clinici peculiari.

Quali sono le sedi più colpite dall’osteoartrosi?

Artrosi primaria delle mani: è legata ad un difetto cartilagineo primitivo con conseguente maggior fragilità della cartilagine. Prevale nel sesso femminile e si accompagna alle tipiche deformità nodulari a carico delle piccole articolazioni delle dita (noduli di Heberden per le interfalangee distali e noduli di Bouchard per le prossimali). Si tratta di formazioni sferiche di consistenza duro-elastica, a disposizione simmetrica, con frequenti fenomeni infiammatori, dolore spontaneo vivo e rossore locale. La loro evoluzione è inesorabile e comporta spesso importanti ripercussioni estetiche e psicosomatiche. Altrettanto frequente è l’impegno del pollice o rizoartrosi di Forestier, comune nei sarti e nei tessitori dove porta al tipico aspetto “a mano quadrata”, oltre ad una certa difficoltà nella partecipazione del pollice al movimento di presa della mano.

Artrosi dell’anca: è una delle forme più frequenti ed invalidanti. Predilige gli uomini e si presenta in modo subdolo con dolore al carico, zoppia e limitazione funzionale. I segni clinici e radiologici sono quelli classici, l’evoluzione è lenta con progressiva perdita delle capacità funzionali. Il paziente cammina spesso aiutandosi col bastone ed il ricorso alla chirurgia protesica è frequente.

Artrosi del ginocchio: colpisce le donne dopo i 45-50 anni di età, può interessare tutto il ginocchio o solo parte di esso (artrosi monocompartimentali, artrosi femorotibiale, artrosi femororotulea). Si accompagna a vivo dolore locale, rumori di scroscio ed a possibili segni di compromissione meniscale e legamentosa. Lo studio radiologico mostra i segni tipici ed anche in questi soggetti non è infrequente il ricorso alla chirurgia protesica.

Artrosi della colonna: è più comune a livello cervicale e lombare ed è pressoché presente nella totalità della popolazione dopo i 65-70 anni di vita. Sia a livello cervicale che lombare l’artrosi assume una particolare importanza per le strette connessioni fra le strutture articolari e quelle nervose, il cui coinvolgimento comporta la comparsa di sindromi cliniche peculiari (cervicobrachialgie, lombosciatalgie) che andranno attentamente studiate per una buona terapia. Importantissimo è saper distinguere l’origine artrosica di tali sindromi da quella meccanica (da ernia discale), poiché l’approccio terapeutico è sostanzialmente diverso nelle due forme ed ancora va ricordato come, soprattutto in tali soggetti, non vi sia un sicuro parallelismo fra l’entità dei disturbi accusati dal paziente e la gravità del quadro radiologico.

Cura delle osteoartrosi

La terapia ideale dovrebbe diminuire i sintomi del disturbo e limitare il progresso della malattia. Le terapie convenzionali sono solite intervenire attraverso interventi chirurgici, cambiamento delle abitudini di vita degli ammalati o cure farmacologiche. L’intervento chirurgico è sicuramente di grande efficacia, ma è consigliato solo nei casi più gravi. Il tentativo di modificare alcuni comportamenti errati nello stile di vita è, invece, alquanto complicato. È, infatti, ben noto che una riduzione del peso corporeo, un’alimentazione più sana e una lieve attività fisica mirata siano fattori che porterebbero benefici, ma spesso sono difficilmente applicabili alla vita di tutti i giorni. L’impiego di farmaci, antinfiammatori non-steroidei (aspirina, ibuprofene, etc.) e corticosteroidi, ha un effetto immediato sugli stati infiammatori responsabili del dolore, ma spesso hanno effetti collaterali non trascurabili (ulcere gastriche, necrosi renali, riduzione dell’attività immunitaria) ed in più non bloccano la osteoartrosi e non hanno effetto “carry-over”.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha focalizzato il proprio interesse sulla ricerca di principi attivi che rallentino il progredire delle osteoartrosi e stimolino la riparazione delle cartilagini danneggiate: gli agenti condroprotettivi (SYSADOA syntomatic slow-acting drugs in osteoarthrosis).
Le caratteristiche ottimali che dovrebbero avere sono: stimolare i condrociti a produrre collagene e proteoglicani, inibire la degradazione della cartilagine (per es. mediante l’inibizione degli enzimi).
I composti che hanno mostrato di avere queste caratteristiche ossia di rallentare il progredire dell’osteoartrosi sono quelli naturalmente presenti nella cartilagine, tra cui i più rappresentativi sono, la glucosamina solfato e il condroitin solfato.

BIBLIOGRAFIA
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