Patologie

Anemia sideropenica

View of little breakfast for thin girl

Che cosa è?

L’anemia da carenza di ferro, detta anche anemia sideropenica o da carenza marziale, è una riduzione dei valori di emoglobina (proteina contenente ferro, dotata di funzione respiratoria, capace di combinarsi reversibilmente con l’ossigeno molecolare, indicata con la sigla Hb), al di sotto di 13 g/dL nell’uomo e 12 g/dl nella donna, determinata da una diminuzione della disponibilità di ferro nell’organismo.
L’anemia da carenza di ferro rappresenta la forma di anemia di più comune riscontro nella pratica clinica, in particolare nelle donne in età fertile ed in soggetti con regime dietetico alimentare inadeguato. Ne soffre: il 30% nella popolazione mondiale, l’8% nei paesi sviluppati e fino al 25% delle donne in età fertile, il 51% dei bambini nei paesi in via di sviluppo, il 13% nei paesi sviluppati.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stimato che 600-700 milioni di persone al mondo hanno carenze di ferro, rendendo questo il più diffuso problema nutrizionale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

I gruppi particolarmente a rischio sono:

  • Bambini in età del gioco e dello sviluppo: scarsi depositi di Fe ed elevato fabbisogno del metallo per la crescita corporea.
  • Donne in età fertile: scarsi depositi corporei e perdite costanti per flussi mestruali, gravidanze e allattamenti.
  • Persone anziane: perdite di ferro per stillicidio cronico di sangue del tubo digerente (ma anche emorroidi, ulcera peptica, ernia iatale, neoplasie).
  • Persone che seguono diete a ridotto contenuto di alimenti ricchi di ferro (soprattutto carne) per problemi di salute o per scelta.

I sintomi da carenza di Ferro

L’anemia non dà sintomi evidenti fino a quando i livelli di emoglobina nel sangue si mantengono sopra i 9-10 grammi per decilitro (g/dl), in quanto l’organismo è in grado di attuare una serie di meccanismi di compenso come l’aumento della quantità di sangue pompata dal cuore e l’aumento dell’affinità dei globuli rossi all’ossigeno.
Questi meccanismi di compenso fanno sì che, nonostante la carenza di emoglobina nel sangue la quantità di ossigeno rilasciata ai diversi tessuti rimanga invariata. Solo quanto anche questi meccanismi di compensazione non sono più in grado di assicurare ai vari distretti corporei un’adeguata dose di ossigeno, compaiono i segni e sintomi dell’anemia.

I sintomi più comunemente associati all’anemia da carenza di ferro sono: stanchezza, pallore, facile affaticabilità, irritabilità, aumento della frequenza cardiaca, insonnia, cefalea, difficoltà a concentrarsi, vertigini, in particolare nel passaggio dalla posizione stesa a quella in piedi, fragilità ungueale, secchezza indebolimento e perdita dei capelli, assottigliamento della mucosa della bocca associata a bruciori, maggiore sensibilità al freddo.
Comunemente nelle anemie da carenza di ferro lo sviluppo dell’anemia è molto lento e questo garantisce all’organismo la capacità di adattarsi progressivamente alla diminuzione dell’emoglobina circolante.
Ne consegue che il quadro clinico, nella maggior parte dei casi, è sfumato e difficilmente riconoscibile.
Solo le indagini ematochimiche (esami del sangue) permettono di diagnosticare l’anemia e la causa che l’ha determinata.

La diagnosi

La diagnosi di anemia sideropenica viene effettuata tramite misurazioni di laboratorio su prelievo di sangue venoso.
La prima spia di anemia da carenza di ferro è la diminuzione dell’emoglobina (anemia) ed il ridotto contenuto di emoglobina nei globuli rossi (valore MCV sulle analisi), che possono risultare di dimensioni inferiori rispetto al normale (valore MCH sulle analisi). A volte è possibile rilevare globuli rossi di forma diversa tra loro (valore RDW sulle analisi).

L’emoglobina si misura in grammi per decilitro di sangue. I livelli normali di emoglobina sono:
Donne: da 12,1 a 15,1 g/dl
Uomini: da 13,8 a 17,2 g/dl
Bambini: da 11 a 16 g/dl
Donne in gravidanza: da 11 a 12 g/dl

VCM significa Volume Cellulare Medio o volume corpuscolare medio. È una forma di misura della dimensione media dei globuli rossi (GR), chiamati anche eritrociti. Il valore normale di VCM si trova tra 80 e 97-100 fL (= femtolitri: è l’unità di misura del volume cellulare medio ed equivale 0,000000000000001 litri). Quando il numero di VCM è maggiore di quello che dovrebbe essere si parla di Anemia Macrocitica (o macrocitosi): significa che la cellula è più grande del normale e che non funzionano correttamente. Quando il numero di VCM è minore del normale si parla di Anemia Microcitica (o macrocitosi): significa che la cellula è troppo piccola rispetto al normale e il quantitativo di emoglobina è ovviamente inferiore.

MCH significa Emoglobina Corpuscolare Media. Pertanto, l’analisi del sangue dell’MCH è un test utilizzato per conoscere che quantità di emoglobina è presente in tutte le cellule rosse del sangue del nostro corpo. Il parametro normale di MCH si trova tra i 30 e i 37 grammi per decilitro di sangue. Qualsiasi livello che sia superiore al rango normale per l’analisi del sangue di MCH, si considera come un sintomo di una condizione conosciuta come anemia macrocitica. Il risultato opposto è una condizione dove il risultato cade sotto il risultato normale di MCH. In questa situazione, al paziente viene diagnosticata una condizione conosciuta come anemia microcitica. L´analisi del sangue di MCH si esegue in persone che presentano sintomi di anemia acuta.

RDW (Red Cell Distribution Width) ampiezza di distribuzione eritrocitaria, è un indice comunemente fornito da qualsiasi emocromo, in grado di stimare la variabilità di dimensioni dei globuli rossi, dunque il loro grado di eterogeneità, definito anche anisocitosi. Risulta aumentato in corso di deficit nutrizionali (ferro, folati, vit B12), emotrasfusioni, emolisi, ed insieme ad altri indici quali MCV, MCH, MCHC è utile nella diagnostica differenziale delle anemie. I valori normali di RDW si situano tra l’11,5% e il 14,5%.

Per verificare se l’anemia è determinata da una carenza di ferro, i parametri ematochimici da tenere in considerazione sono:
Sideremia (esame del ferro): questa analisi è utile per osservare la quantità di ferro presente nel sangue, cioè per verificare che il suo assorbimento si svol­ga correttamente.
Valori normali del ferro: Donne 37-147 ug/dl – Uomini 59-158 ug/dl. Se il risultato è superiore al valore massimo, significa che vi è un ecces­sivo apporto di ferro nel sangue (cosiddetta ipersideremia) che può essere dovuto a malattie, come quelle legate al fegato, o a cause geneti­che come, per esempio, l’emocromatosi, per cui la persona ha ereditato una abnorme capacità di assorbire il ferro che viene ingerito con gli ali­menti e che, se non curata, potrebbe portare a una forma particolare di diabete o alla cirrosi. Se il risultato è inferiore alla norma (cosiddetta iposideremia), potrebbe trattarsi di anemia che può essere dovuta, per esempio, a mestruazioni abbondanti o a emorragie gastrointestinali.

Transferrinemia: misura la quantità di ferro presente nel sangue sotto forma di transferrina una proteina la cui funzione è il tra­sporto del ferro. Se la transferrina ha valori anomali significa che l’as­sorbimento del ferro non funziona correttamente.
Valori normali Ferritina: Donne premenopausa 11-193 ng/ml – Donne postmenopausa 18-280 ng/ml – Uomini 25-300 ng/ml. Se il risultato è superiore ai valori normali è il segnale di una malattia ereditaria come l’emocromatosi (per cui il ferro viene assorbito in modo eccessivo) o, addirittura, può essere dovuto a talassemia, leucemia o ad altre malattie tumorali. Se il risultato è inferiore ai valori normali, nell’organismo esiste una per­dita di ferro e non vi sono riserve, quindi, se ne deve approfondire il motivo per ripristinare i valori normali. Se i valori del ferro risultano molto bassi, ma la ferritina è normale, significa che vi sono ancora riser­ve sufficienti di ferro e non ci si deve allarmare.

Ferritinemia: dosa la ferritina quindi consente di valutare il deposito di ferro pre­sente nell’organismo, in modo molto preciso questa analisi indica se esi­ste una perdita di ferro. Bassi livelli di ferritina nel sangue, infatti, indi­cano l’assenza di ferro nei depositi, condizione che precede lo sviluppo dell’anemia. Alti livelli di ferritina, al contrario, indicano la possibile esistenza di un sovraccarico di ferro.
Valori normali Transferrina: 0,20-0,37 g/dl. Se il risultato è superiore alla norma, è possibile diagnosticare una malattia ereditaria per cui si assorbe in modo eccessivo il ferro ingerito con gli alimenti (emocromatosi). Se il risultato è inferiore alla norma, probabilmente si tratta di una malattia del fegato e il medico consiglierà eventuali approfondimenti.

Una corretta diagnosi deve sempre tener conto dell’origine della carenza di ferro. Bisogna quindi sempre indagare le abitudini alimentari scorrette, la perdita eccessiva di sangue durante i cicli mestruali e ricercare l’eventuale presenza di sangue occulto nelle feci. La diagnosi differenziale viene effettuata con tutte le altre forme di anemia (anemia delle malattie croniche, talassemia eterozigote, malattie croniche renali, mixedema) che si presentano con le medesime caratteristiche agli esami ematochimici (diminuzione dell’emoglobina, diminuzione del MCV volume corpuscolare medio dei globuli rossi – e MCH contenuto cellulare medio di emoglobina).

Il trattamento

Per poter trattare in maniera efficace un’anemia da carenza di ferro il primo passo è identificare quale sia stata la causa che ha determinato lo sviluppo della malattia.
Le possibili cause dell’anemia da carenza di ferro sono di tre tipi:

  • scarso apporto alimentare,
  • deficit dell’assorbimento intestinale,
  • perdite di sangue acute o croniche.

La prima causa è generalmente legata, nei bambini, ad un’alimentazione lattea eccessivamente protratta e, negli adulti, a dieta vegetariana e malnutrizione.
La seconda causa è comune nei soggetti che hanno subito interventi chirurgici con asportazione di parte dello stomaco o del primo tratto dell’intestino.
La terza causa, è quella di più comune riscontro ed è frequente nelle donne in età fertile ed in pazienti affetti da emorroidi, ulcera peptica (stomaco), ernie iatali (particolare condizione anatomica caratterizzata dalla risalita di una porzione dello stomaco dalla cavità addominale alla cavità toracica), diverticoli (i diverticoli sono tasche che si sviluppano nelle pareti del colon, di solito nel sigma, o nel colon sinistro, ma possono interessare anche tutto il colon. La diverticolosi descrive la presenza di queste tasche. La diverticolite rappresenta l’infiammazione o le complicazioni di queste tasche), rettocolite ulcerosa (una malattia infiammatoria cronica che colpisce primariamente il retto e può coinvolgere parte o tutto il colon), morbo di Crohn (malattie infiammatorie croniche dell’intestino), carcinoma gastrico o del colon, abuso di farmaci antiinfiammatori, infiammazioni croniche del parenchima renale neoplasie renali, vescicali, ureterali.

La terapia consiste in primo luogo nel correggere, dove possibile la causa scatenante l’anemia (ad esempio, correzione dell’alimentazione, cura appropriata della patologia di base) e nel correggere la carenza di ferro con integratori specifici.

La terapia con integratori di ferro, se ben condotta, è infatti, in grado di correggere l’anemia in breve tempo. Sono disponibili prodotti per uso orale e prodotti iniettabili per via endovenosa. Questa terapia è spesso gravata da fastidiosi effetti collaterali, come il bruciore allo stomaco, i crampi addominali e la diarrea, che possono essere attenuati riducendo temporaneamente il dosaggio del farmaco/integratore, in modo da permettere all’organismo una sorta di adattamento alla terapia. La tecnologia liposomiale, utilizzata in alcuni integratori a base di ferro, permette però di evitare questi fastidiosi effetti collaterali.

Il buon successo della terapia viene evidenziato da una correzione dell’anemia di circa il 50% nell’arco di tre settimane dall’inizio.

La prevenzione

Nella pratica clinica non esiste, allo stato attuale, alcuna indicazione all’impiego farmacologico degli integratori di ferro nella prevenzione dell’anemia sideropenica.
Suggerimenti utili possono essere una dieta adeguata ed il monitoraggio in caso di perdite ematiche ingenti o di condizioni morbose, come indicate in precedenza, che possano compromettere l’assorbimento intestinale del ferro o diminuirne la biodisponibilità.
Sicuramente tra le cause correggibili d’insorgenza dell’anemia sideropenia c’è l’alimentazione scorretta. Nella prevenzione dell’anemia sideropenica è fondamentale un’alimentazione ricca di ferro. Anche se è difficile con la sola alimentazione assumere una quantità di ferro sufficiente al ripristino delle scorte, allorquando sia già stata accertata la diagnosi di anemia da carenza di ferro, una volta ripristinate le scorte mediante supplementazione farmacologica, sarà più facile mantenerle con una adeguata alimentazione.

L’assunzione minima raccomandata di ferro negli adulti (in condizioni normali) è di 10 mg al giorno nei maschi e nelle donne in menopausa e di 18 mg al giorno nelle donne in età fertile.

Il ferro che si trova negli alimenti di origine animale (carni rosse magre, tacchino, pollo, pesci come tonno, merluzzo, salmone ecc) è il ferro eme che viene assorbito più facilmente dal nostro intestino. Negli alimenti di origine vegetale troviamo il ferro non eme (cereali, legumi, verdure) di più difficile assorbimento. Durante la gravidanza e l’allattamento queste raccomandazioni dietetico alimentari sono di ancor maggiore rilevanza e, anche in questo caso, la prevenzione farmacologica dell’insorgenza dell’anemia sideropenia, non è indicata sino all’ evidenza laboratoristica degli esami ematochimici. Ne consegue che in questi casi sia ancora maggiore la rilevanza di un adeguato e bilanciato apporto alimentare di ferro.

Fonti testi
http://www.allianceanemia.orghttp://www.lammlab.ithttp://www.emocromatosi.ithttp://www.humanitas.itLARN IV revisione 2014

BIBLIOGRAFIA
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